

NEWS ED EVENTI | INTERVENTO INTRODUTTIVO
Intervento introduttivo di Dario Grandoni, Presidente della Fondazione Internazionale Padre Matteo Ricci
La Forza del Dialogo, Padre Matteo Ricci, ponte tra Europa e Cina
Dario Grandoni | Maggio 2026
Buonasera a tutti, e grazie di cuore per essere qui questa sera, in questo luogo così suggestivo e carico di spiritualità, la Chiesa dell’Abbadia di Fiastra, per condividere un momento che non è soltanto culturale, ma soprattutto umano e spirituale.
Rivolgo innanzitutto un saluto e un ringraziamento sincero a tutti coloro che hanno reso possibile questo evento: a Luciana Salvucci, autrice del libro La forza del dialogo, da cui nasce questa serata; a don Alberto Forconi per l’invito e a don Sergio Salvucci; al regista Andrea Fazzini e ad Isabella Carloni e Andrea Pierdicca, che daranno voce e corpo alla narrazione; a Frida Neri, che interpreterà le canzoni di Luciana Salvucci; e naturalmente a tutti voi, che con la vostra presenza testimoniate attenzione, affetto e interesse per la figura straordinaria di Padre Matteo Ricci.
Questa serata nasce da un libro, ma non si esaurisce in un libro. Nasce da una riflessione, ma vuole diventare esperienza. Nasce da parole scritte, ma questa sera quelle parole diventeranno voce, canto, gesto, presenza.
Il titolo scelto da Luciana Salvucci — La forza del dialogo — coglie con grande profondità uno degli aspetti più autentici dell’opera di Padre Matteo Ricci. Il dialogo, per Ricci, non fu una tecnica diplomatica, né una strategia culturale, né tantomeno un esercizio di convenienza. Fu una forma di vita. Fu il modo concreto con cui egli scelse di incontrare l’altro, di ascoltarlo, di comprenderlo, di rispettarlo, senza mai rinunciare alla verità della propria fede e della propria missione.
Nella locandina di questa sera sono riportati alcuni versi molto belli di Luciana Salvucci:
La forza del dialogo trasforma i chicchi di grano, lievita la farina, fino a quando diventa pane. Lo distribuisce. Imparziale come il Tao del Cielo.
È un’immagine evocativa. Il dialogo non è qualcosa di astratto. È un processo vivo. Trasforma, fa maturare, nutre. Come il pane, il dialogo vero non resta chiuso in sé stesso: viene spezzato, condiviso, distribuito. E in questo senso Matteo Ricci è stato davvero un uomo capace di trasformare il sapere in dono, la conoscenza in amicizia, la fede in testimonianza, l’incontro in ponte.
Oggi ricordiamo Padre Matteo Ricci nel 416° anniversario della sua morte, avvenuta a Pechino l’11 maggio 1610. Ma parlare di Ricci non significa soltanto commemorare un grande personaggio del passato. Significa interrogarci sul presente. Significa chiederci perché un uomo vissuto più di quattro secoli fa riesca ancora oggi a parlare al nostro tempo, alle nostre società, alle nostre istituzioni, ai rapporti tra Oriente e Occidente, tra Europa e Cina.
La risposta, a mio avviso, sta nella natura stessa della sua missione.
Padre Matteo Ricci non fu semplicemente uno scienziato, un matematico, un cartografo, un letterato, un uomo di cultura. Fu certamente tutto questo. Ma prima ancora fu un missionario. Un uomo che partì da Macerata passò per Roma, Lisbona, Goa, e infine arrivò nel cuore della Cina, non per conquistare, non per dominare, non per imporre, ma per incontrare.
Ricci comprese una cosa che ancora oggi non è affatto scontata: non si può parlare davvero a qualcuno se prima non lo si ama. Non si può trasmettere nulla di autentico se prima non si ascolta. Non si può costruire un ponte se si resta fermi sulla propria riva.
Per questo Matteo Ricci imparò la lingua cinese, studiò i costumi, comprese la cultura confuciana, entrò con rispetto nel mondo dei letterati, accettò la fatica delle relazioni, delle visite, dei riti sociali, del confronto quotidiano. Non cercò scorciatoie. Non scelse la via facile. Scelse la via lunga dell’amicizia.
Nella mia postfazione ho voluto richiamare proprio questa immagine: la “porta aperta”. Prima di morire, Ricci lasciò ai suoi confratelli la consapevolezza di trovarsi su una soglia: una porta aperta a grandi meriti, ma anche a molte fatiche e tribolazioni. Quella porta non era stata spalancata una volta per tutte. Era stata aperta. E ciò significa che molto restava — e resta ancora oggi — da fare.
La grandezza di Ricci sta anche qui: egli non si considerò mai il compimento di un’opera, ma l’inizio di un cammino. Non volle chiudere una storia, ma aprirla. Non volle possedere l’incontro tra Europa e Cina, ma renderlo possibile.
Ecco perché oggi la sua figura è così attuale.
Viviamo in un tempo in cui il mondo è tecnicamente connesso, ma spesso umanamente diviso. Comunichiamo continuamente, ma non sempre dialoghiamo. Abbiamo strumenti potentissimi per conoscere l’altro, ma rischiamo di ridurlo a stereotipo, a interesse economico, a concorrente, a minaccia. In questo scenario, Matteo Ricci ci ricorda che il vero dialogo nasce dal rispetto, dalla pazienza, dalla conoscenza, dalla stima e dall’amicizia.
E l’amicizia è l’altra grande parola di questa sera.
Sempre nella locandina leggiamo: L’amicizia. non ha paura del vuoto. Crea nel cielo un ponte tra spazi lontani. Vince la solitudine. “Corrisponde all’amore!”
Questi versi ci aiutano a comprendere il cuore dell’esperienza ricciana. Ricci non costruì soltanto relazioni culturali. Costruì amicizie. Il suo Trattato sull’amicizia, scritto a Nanchang nel 1595, colpì profondamente i cinesi perché parlava un linguaggio universale. L’amicizia, infatti, è una parola che appartiene tanto all’umanesimo cristiano quanto alla tradizione confuciana. È una delle forme più alte del riconoscimento reciproco.
Nell’amicizia tra Matteo Ricci e Xu Guangqi — Paolo Xu — vediamo forse una delle immagini più alte del dialogo tra Europa e Cina. Due uomini diversi per origine, lingua, cultura, formazione, ma uniti dalla ricerca della verità. Due uomini che seppero incontrarsi attraverso la fede, la ragione, la scienza, la matematica, l’astronomia, la passione per il bene comune.
La traduzione degli Elementi di Euclide in cinese non fu soltanto un’operazione scientifica. Fu un atto di fiducia reciproca. Ricci spiegava, traduceva, proponeva; Xu Guangqi ascoltava, rielaborava, dava forma in un cinese elegante e profondo. In quel lavoro comune nacquero parole, concetti, categorie che ancora oggi appartengono alla terminologia matematica cinese. Ma soprattutto nacque un’esperienza di collaborazione tra civiltà.
Questo è un punto essenziale: Matteo Ricci non portò in Cina un Occidente chiuso in sé stesso. E non incontrò una Cina immobile o passiva. L’incontro fu reale perché fu reciproco. Ricci diede, ma anche ricevette. Insegnò, ma anche imparò. Testimoniò, ma anche si lasciò plasmare dall’incontro.
Per questo la sua opera non può essere ridotta a una pagina gloriosa del passato. È una responsabilità per il presente.
Come Fondazione Internazionale Padre Matteo Ricci, noi sentiamo profondamente questa responsabilità. La figura di Ricci non appartiene soltanto a Macerata, non appartiene soltanto alle Marche, non appartiene soltanto all’Italia. Appartiene alla storia dell’incontro tra i popoli. Appartiene alla memoria della Cina e dell’Europa. Appartiene a tutti coloro che credono che le civiltà non siano destinate allo scontro, ma possano riconoscersi, parlarsi, arricchirsi reciprocamente.
Naturalmente, il dialogo autentico non è debolezza. Non è confusione. Non è rinuncia alla propria identità. Matteo Ricci ci insegna esattamente il contrario. Egli poté dialogare profondamente con la Cina perché aveva una identità forte, una fede viva, una formazione rigorosa, una cultura solida. Chi non sa chi è, difficilmente può incontrare davvero l’altro. Ma chi sa chi è, e non ha paura dell’altro, può trasformare l’incontro in amicizia.
Questa sera, dunque, non assistiamo semplicemente a uno spettacolo. Siamo invitati a entrare in una storia. Una storia fatta di parole e musica, di memoria e profezia, di fede e cultura, di Occidente e Oriente, di Macerata e Pechino.
Siamo invitati a guardare Matteo Ricci non come una statua ferma nel passato, ma come un uomo vivo nella sua eredità. Un uomo che continua a dirci che il dialogo è possibile, ma richiede coraggio. Che l’amicizia è possibile, ma richiede fedeltà. Che l’incontro tra civiltà è possibile, ma richiede studio, rispetto, pazienza e amore.
In fondo, il messaggio che ancora oggi Ricci consegna al nostro tempo potrebbe essere sintetizzato così: Europa, ascolta la Cina; Cina, ascolta l’Europa; e insieme ascoltate il mondo.
Questa è la porta che Matteo Ricci ha aperto. Sta a noi non lasciarla chiudere.
Con questo spirito ringrazio ancora Luciana Salvucci per aver saputo trasformare questa eredità in parola poetica e teatrale; ringrazio gli artisti che questa sera ci accompagneranno in questo cammino; e ringrazio tutti voi per essere qui.
Auguro a ciascuno di vivere questa serata non solo come spettatore, ma come partecipe di una storia che continua.
Grazie.









