
DIALOGO TRA CIVILTÀ |
Sotto lo stesso cielo, a velocità diverse
Vent’anni di Cina sulle orme di Matteo Ricci, e una domanda che riguarda noi
Dario Grandoni | Settembre 2026
Nel 1989 Francis Fukuyama annunciava sulle pagine di The National Interest che la storia, intesa come conflitto tra grandi modelli di organizzazione sociale, era arrivata al capolinea: la democrazia liberale di mercato restava l’unico approdo possibile della modernità. Non era soltanto una tesi accademica. Era il clima intellettuale dentro cui l’Occidente ha impostato trent’anni di politiche pubbliche, dismissioni, deregolamentazioni e riforme di bilancio.
Mentre quel dibattito occupava le nostre università e i nostri giornali, dall’altra parte del continente asiatico accadeva qualcosa di diverso. Non lo dico per averlo letto: l’ho visto, a intervalli, per oltre vent’anni. Ho attraversato la Cina la prima volta nel 2003 e l’ultima poche settimane fa, e nel mezzo ci sono stati centenari, accordi, sculture trasportate da un continente all’altro, simposi, laboratori congiunti e un numero considerevole di stazioni ferroviarie ed aeroporti.
Quello che segue non è un elogio della Cina, e nemmeno un diario. È il tentativo di mettere in fila ciò che vent’anni di osservazione intermittente permettono di dire, e di verificare se le categorie con cui giudichiamo quel Paese servano davvero a capirlo — o servano soprattutto a rassicurare noi.
2003. LA PRIMA VOLTA
Arrivai in Cina nel 2003 con una delegazione che comprendeva rappresentanti del Ministero dell’Economia italiano, il vice ministro dell’economia On. Mario Baaldassari, imprenditori e professionisti marchigiani, e il primo nucleo di quella che sarebbe diventata la Fondazione Internazionale Padre Matteo Ricci, il rettore del seminario Redemptoris Mater di Maceta ed vari responsabili del cammino Neocatecumenale delle Marche. Il percorso era dichiaratamente ricciano: Shanghai, Xi’an, Pechino. Andavamo sulle orme di un maceratese partito quattro secoli prima con l’idea, allora innovativa, che per farsi capire da una civiltà bisogna prima studiarla.
Vale la pena fissare che cosa fosse la Cina all’inizio del 2003, perché è il termine di paragone di tutto ciò che sarebbe seguito. Il Paese non disponeva ancora di una rete ferroviaria convenzionale ad alta velocità in esercizio commerciale: la linea Pechino–Tianjin, considerata l’inizio dell’era cinese dell’alta velocità, sarebbe stata inaugurata soltanto nel 2008. Il 2003 fu però un anno di transizione: in ottobre entrò in servizio la linea passeggeri Qinhuangdao–Shenyang, ancora esercita a 160 chilometri orari, mentre a Shanghai il maglev iniziava il proprio esercizio dimostrativo. Pudong non era più una semplice promessa — possedeva già aeroporto, metropolitana e alcuni dei suoi edifici simbolo — ma restava un territorio in piena costruzione, il cui skyline e le cui infrastrutture odierne erano ancora largamente incompleti. Molti degli elementi che oggi rendono immediatamente riconoscibili le metropoli cinesi appartenevano ancora ai progetti del decennio successivo.
Di quel primo viaggio ricordo soprattutto una sensazione che allora non sapevo definire e che oggi mi pare la chiave di tutto: l’impressione di attraversare un Paese in cui il futuro non era un’attesa, ma un cantiere aperto con un committente preciso.
2010. IL CENTENARIO, OVVERO LA CINA VISTA DA MACERATA
Per alcuni anni non tornai. Il legame proseguì per altre vie, e culminò nel 2010, quarto centenario della morte di Matteo Ricci. Come vicepresidente della Fondazione in quegli anni favorì la realizzazione di mostre, pubblicazioni e iniziative pubbliche dedicate al rapporto tra le due civiltà.
Fu un periodo istruttivo per una ragione che riguarda il metodo più che gli eventi. Studiare MatteoRicci significa studiare un uomo che, per farsi ascoltare a Pechino, imparò il cinese classico, vestì l’abito dei letterati, tradusse Euclide e disegnò un mappamondo che collocava la Cina al centro. Non per opportunismo: perché aveva capito che non si entra in una civiltà pretendendo che adotti la nostra griglia interpretativa.
È esattamente ciò che il dibattito pubblico europeo sulla Cina, quattro secoli dopo ed anche in occasione del IV° centenario, non ha fatto e continua a non fare.
2013–2015. DUE BUSTI, E COSA INSEGNANO
Nel 2013 firmammo con la municipalità di Shanghai un accordo per un progetto tanto semplice quanto denso di significato: lo scambio dei busti di Matteo Ricci — Li Madou, come lo chiamano ancora oggi in Cina — e di Xu Guangqi, il funzionario e scienziato che fu suo interlocutore, collaboratore, amico e discepolo.
Il progetto vide la luce tra il 2014 e il 2015. Il busto di Xu Guangqi, realizzato dallo scultore shanghaiese Yang Dongbai, arrivò a Macerata; quello di Matteo Ricci, opera dell’artista italiano Emanuele Barsanti, prese la strada di Shanghai. Due opere, due direzioni, un’unica idea: la reciprocità e l’amicizia.
Su Xu Guangqi conviene fermarsi un momento, perché la sua figura dice qualcosa sulla Cina di oggi più di molte analisi geopolitiche. Era un alto funzionario dello Stato imperiale e insieme un matematico, un agronomo, un astronomo. Con Ricci tradusse nel 1607 i primi sei libri degli Elementi di Euclide, introducendo in cinese un lessico matematico che è in uso ancora adesso. Non era un’eccezione: era il prodotto di una tradizione amministrativa che selezionava le proprie élite sulla competenza e attribuiva al sapere tecnico una funzione di governo.
Chi oggi si stupisce della capacità cinese di programmare infrastrutture su orizzonti trentennali farebbe bene a ricordare che quella capacità non nasce nel 1949, e nemmeno nel 1978.
2016–2019. LA TRASFORMAZIONE OSSERVATA A INTERVALLI
Dal 2015 in poi sono stato invitato quasi ogni anno a Shanghai per i simposi internazionali dedicati all’amicizia sino-italiana sulle orme di Ricci. Nel novembre 2017 partecipai, su invito della Jiao Tong University, al simposio per il 410° anniversario della traduzione dei teoremi di Euclide.
Tornare nello stesso luogo con cadenza annuale produce un effetto che il viaggio singolo non può dare: si smette di vedere la Cina e si comincia a vedere la derivata della Cina. Il tasso di cambiamento. Skyline che si completano, linee di metropolitana che appaiono dove l’anno prima c’era uno scavo, quartieri riqualificati, verde urbano che smette di essere aiuola e diventa sistema.
Tra il 2003 e il 2019 ho visto le città cinesi cambiare natura, non soltanto dimensione. E ho visto, di anno in anno, il divario di velocità con le nostre.
I NUMERI, PERCHÉ LE IMPRESSIONI DA SOLE NON DIMOSTRANO NULLA
Mobilità. Alla fine del 2025 la rete ferroviaria ad alta velocità cinese ha superato i 50.000 chilometri operativi, contro i 37.900 di appena cinque anni prima. La rete complessiva ha raggiunto i 165.000 chilometri e l’alta velocità serve il 97% delle città con più di 500.000 abitanti. L’obiettivo per il 2030 è di 60.000 chilometri di alta velocità su una rete totale di 180.000. Nel solo 2025 gli investimenti fissi nel settore ferroviario sono ammontati a circa 901,5 miliardi di yuan, quasi 129 miliardi di dollari. L’intera rete ad alta velocità cinese supera oggi la somma di tutte le altre reti del pianeta.
Ripeto il dato del 2003: zero chilometri. Ventidue anni. Chi ha assistito a entrambe le estremità della curva fatica a considerarla un fenomeno spontaneo.
Energia. Nel 2025 la Cina ha installato quasi 500 GW di nuova capacità rinnovabile, pari a oltre il 60% della crescita mondiale, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia. La capacità solare cumulata ha superato 1,2 TW, quella eolica i 640 GW. Il dato più significativo è strutturale: a fine 2025 le fonti non fossili rappresentavano circa il 60% della capacità elettrica installata del Paese, contro il 40% del termico. Un attraversamento di soglia che nessuna proiezione occidentale di dieci anni fa considerava plausibile.
Questo non fa della Cina un modello ambientale: resta il primo emettitore mondiale in valore assoluto e continua ad autorizzare nuova capacità a carbone per ragioni di sicurezza del sistema. Ma rende insostenibile la rappresentazione di un Paese semplicemente refrattario alla transizione.
Territorio. La formula “civiltà ecologica” (shengtai wenming) non è uno slogan promozionale: è entrata nello statuto del Partito nel 2012 e nella Costituzione della Repubblica Popolare nel 2018. Nei colloqui con funzionari e ricercatori è un riferimento operativo, non retorico: compare negli indicatori di valutazione, nei vincoli di piano, nei criteri di finanziamento.
L’ERRORE DI SHENZHEN
Shenzhen è il luogo dove le nostre categorie si inceppano più visibilmente. La narrazione corrente è nota: un villaggio di pescatori diventa in quarant’anni una megalopoli di oltre diciassette milioni di abitanti. Prova provata — si conclude — di cosa accade quando si liberano le forze del mercato.
La narrazione contiene due errori, uno fattuale e uno logico.
Il primo: il “villaggio di pescatori” è in larga misura un artefatto retorico. L’area corrispondeva alla contea di Bao’an, già popolata da alcune centinaia di migliaia di persone, attraversata dalla ferrovia Kowloon–Canton e collocata sul confine con Hong Kong. La scelta del sito non fu casuale: fu una decisione di localizzazione industriale presa al livello politico più alto.
Il secondo è più interessante. Anche accettando la portata straordinaria della trasformazione, resta da rispondere alla domanda che quasi nessuno pone: da quale decisione è nata Shenzhen? La Zona Economica Speciale è istituita nel 1980 per volontà del centro. Il regime fiscale, quello valutario, la disponibilità del suolo, l’accesso al credito, la portualità, i corridoi logistici, più tardi le politiche di attrazione della ricerca e la costruzione di un ecosistema di fornitura elettronica: ogni elemento abilitante è stato prodotto da una decisione pubblica.
Ciò che a uno sguardo distratto appare come vittoria spontanea del mercato è, tecnicamente, una delle più vaste operazioni di politica industriale e di pianificazione territoriale della storia contemporanea. Il mercato è stato lo strumento; non il soggetto.
2022–2026. DENTRO LE ISTITUZIONI
Dopo la pandemia il rapporto è cambiato di natura. Dal 2022 il lavoro non è più principalmente culturale: è accademico ed economico, e si svolge dentro le istituzioni.
Sono nati protocolli con università cinesi — Beijing Language and Culture University, Henan Agricultural University, e poi Henan Finance University, Henan Institute of Science and Technology, Xinyang University, Zhongyuan Institute of Science and Technology e altri — insieme all’Università Politecnica delle Marche. È nato l’Istituto per l’Innovazione Sino-Italiano ad Ancona con il relativo Joint Laboratory Center. Sono partiti accordi con gli ITS cinesi e italiani per la formazione tecnica, un corso annuale di italiano per studenti cinesi con l’Università di Macerata, il gemellaggio tra Macerata, Fermo e la municipalità di Xicheng, le borse di studio “Matteo Ricci”, il World Sinology Center italiano, le Edizioni PMR. Nel gennaio 2024 il dialogo sulle culture a Qingdao; nel 2025 la mostra “Sotto lo stesso cielo” a Pechino, in viaggio verso Roma nel 2026.
Elenco tutto questo non per inventario, ma perché firmare accordi è il modo più rapido per capire come funziona davvero un sistema. Un protocollo d’intesa è una radiografia: mostra chi decide, in quanto tempo, con quali vincoli e con quali risorse.
E qui viene la parte scomoda. Nelle riunioni con atenei, amministrazioni locali ed enti paragovernativi cinesi la domanda ricorrente non è “cosa chiede il mercato”, ma: quale obiettivo dobbiamo raggiungere entro il piano, con quali strumenti, in quale sequenza, con quale verifica. Nelle nostre, la domanda ricorrente riguarda quale bando permetta di coprire i costi del prossimo semestre. Non è una differenza di talento — i nostri ricercatori non sono inferiori a nessuno. È una differenza di orizzonte. E l’orizzonte è una variabile politica.
LA DOMANDA CHE CONTA: CHI COMANDA CHI
Il dibattito pubblico occidentale è quasi interamente organizzato attorno a una domanda binaria: la Cina è socialista o capitalista? Poiché esistono mercati, imprese private, borse e grandi patrimoni, la risposta prevalente è “capitalismo”; poiché il potere politico resta in mano a un partito comunista, la formula si aggiorna in “capitalismo autoritario” o “capitalismo di Stato”. Definizioni comode, soprattutto perché consentono di risparmiare l’analisi.
La domanda seria è un’altra, ed è più antica di qualsiasi ideologia: chi comanda chi. Non se il mercato esista, ma quale posto occupi. Chi controlla il credito, la terra, l’energia, le reti strategiche, la direzione complessiva dell’investimento.
Posta così, la questione produce risposte meno rassicuranti anche per noi. Nelle economie euroatlantiche degli ultimi quarant’anni il rapporto si è progressivamente rovesciato: lo Stato si presenta ogni mattina davanti al giudizio dei mercati finanziari e la politica economica si definisce in larga parte come gestione della propria credibilità presso di essi. Nel caso cinese il mercato opera dentro una cornice che l’autorità politica rivendica ancora il potere di modificare — come hanno mostrato, con costi economici non trascurabili, gli interventi degli ultimi anni sulle piattaforme digitali, sull’immobiliare e sull’istruzione privata.
Alcuni tentativi di uscire dal binarismo esistono. La categoria di “capitalismo politico” proposta da Branko Milanović colloca il caso cinese in una famiglia distinta da quella del capitalismo liberal-meritocratico, retta da una burocrazia tecnicamente competente e da una legittimazione fondata sulla performance più che sul consenso elettorale. Giovanni Arrighi aveva letto lo sviluppo cinese come esito di una traiettoria storica di lungo periodo, irriducibile al modello di accumulazione occidentale. Dall’interno del dibattito marxista cinese, Cheng Enfu e Yang Jun hanno proposto una lettura in termini di “triplice rivoluzione”: la rivoluzione per la conquista del potere, quella della riforma, quella della nuova fase storica — rifiutando lo schema di una rivoluzione originaria seguita da normalizzazione e infine da restaurazione capitalistica.
Non è necessario aderire a nessuna di queste letture per riconoscerne l’utilità: obbligano a una verifica costante e verificabile dei rapporti di proprietà, delle condizioni del lavoro, del potere reale delle istituzioni pubbliche. Sono più feconde della formula pigra del “capitalismo di Stato”, che archivia il problema invece di studiarlo.
LE CONTRADDIZIONI, CHE SONO REALI
Un testo che tacesse i costi sarebbe propaganda, non analisi. E chi frequenta il Paese per ragioni di lavoro incontra quelle contraddizioni prima e più di chi lo osserva da lontano.
La diseguaglianza interna resta elevata: l’indice di Gini ufficiale si colloca stabilmente attorno a valori (circa 0,46–0,47) superiori a quelli della gran parte dei Paesi europei. Il sistema di registrazione della residenza (hukou), pur progressivamente riformato, continua a produrre asimmetrie di diritti tra popolazione urbana e migranti interni. L’indebitamento dei governi locali e dei loro veicoli finanziari è una vulnerabilità macroeconomica riconosciuta, aggravata dalla crisi immobiliare. La popolazione è in calo dal 2022 e l’invecchiamento porrà entro il decennio problemi previdenziali di scala inedita. Sul terreno delle libertà civili e politiche il divario con gli standard liberali non è un dettaglio da relativizzare né una questione di sensibilità culturale.
Il punto non è stilare un bilancio morale. È constatare che una società può essere attraversata da contraddizioni enormi e conservare contemporaneamente la capacità politica di intervenire su di esse. È esattamente ciò che, alle nostre latitudini, si è smarrito: da noi i problemi strutturali vengono trattati come fenomeni meteorologici, eventi da subire, gestiti negli effetti correggendo qualche coefficiente e invocando la crescita.
LO SPECCHIO EUROPEO
Nel settembre 2024 il rapporto sulla competitività europea coordinato da Mario Draghi ha quantificato in circa 750–800 miliardi di euro annui il fabbisogno aggiuntivo di investimento necessario a colmare i divari dell’Unione in tecnologia, energia e produttività: quasi il 5% del PIL europeo, contro l’1–2% del Piano Marshall. Un documento difficilmente sospettabile di simpatie dirigiste formula una diagnosi netta: l’Europa non ha un problema di risorse, ma di capacità di decisione e di scala.
La risposta politica prevalente si è però mossa altrove. Davanti alla perdita di centralità economica e tecnologica, la reazione dominante non è stata l’apertura di una stagione di investimento sociale, scientifico e industriale, ma il ricorso a barriere, dazi, sanzioni e riarmo — con l’impegno, assunto al vertice NATO dell’Aia nel giugno 2025, di portare la spesa complessiva per la sicurezza al 5% del PIL entro il 2035.
Il paradosso è evidente. Per decenni ci è stato spiegato che le risorse per sanità, istruzione e ricerca andavano razionalizzate perché i vincoli di bilancio erano strutturali e non negoziabili. Di fronte alla domanda militare, quegli stessi vincoli si sono rivelati notevolmente elastici. Non è un’obiezione pacifista: è un’osservazione sulla natura politica, e non aritmetica, di ciò che ci era stato presentato come necessità tecnica.
Quanto all’Italia, osservata da questa distanza il quadro assume tratti quasi caricaturali. La capacità di governare trasformazioni complesse è stata sostituita dal ciclo quotidiano del posizionamento comunicativo. Salari reali fermi da un trentennio, ricerca e università trattate come costi, emigrazione giovanile qualificata, e un dibattito pubblico che quasi mai si occupa di cosa possa diventare questo Paese fra vent’anni.
PERCHÉ LA RAPPRESENTAZIONE DOMINANTE NON FUNZIONA
Resta da chiedersi perché l’informazione occidentale continui a produrre una Cina così poco utile alla comprensione. La spiegazione più economica è anche la più scomoda: una Cina compresa nella sua complessità sarebbe più disturbante di una Cina demonizzata. Costringerebbe a domandarsi se l’evoluzione occidentale degli ultimi quarant’anni — finanziarizzazione, arretramento dello Stato dalla direzione dello sviluppo, mercato elevato a principio superiore di razionalità sociale — sia davvero l’unica forma possibile della modernità.
È molto meno costoso ricondurre ogni risultato cinese alla parola “autoritarismo”, come se una parola bastasse a produrre una ferrovia, una filiera dei semiconduttori o una transizione energetica. Se l’autoritarismo fosse una tecnologia di sviluppo, il mondo sarebbe pieno di Shenzhen.
Vale anche l’inverso, e conviene dirlo con chiarezza: nulla di quanto precede autorizza a trasferire altrove il modello cinese, né a trattarne i costi come effetti collaterali accettabili. La Cina non offre un modello esportabile — lo dichiara essa stessa con una certa insistenza. Offre qualcosa di più modesto e più fastidioso: la prova empirica che esistono più configurazioni possibili del rapporto tra Stato, mercato e tempo.
CONCLUSIONE
Matteo Ricci impiegò diciotto anni per arrivare da Macao a Pechino. Non perché mancassero le strade, ma perché aveva capito che entrare in una civiltà richiede il tempo di imparare a leggerla. Il metodo, quattro secoli dopo, non è invecchiato: studiare prima di giudicare, riconoscere l’interlocutore come pari, cercare il punto in cui due tradizioni possono lavorare insieme senza che nessuna delle due debba rinnegarsi. È esattamente ciò che la Fondazione prova a fare da oltre vent’anni, con busti, laboratori, borse di studio e protocolli.
Dopo vent’anni di andate e ritorni, la sensazione che resta è questa: ho incontrato dal vivo un Paese che tratta la storia come un campo ancora aperto e riconosce alla politica una facoltà che noi abbiamo dimenticato — quella di decidere una direzione e di organizzare il tempo lungo. Non è una promessa di felicità collettiva né una garanzia di esito. È però la possibilità che il nostro sistema culturale e mediatico lavora attivamente a rimuovere.
Siamo sotto lo stesso cielo, come recita il titolo della mostra che abbiamo portato a Pechino e che arriverà a Roma. Ci muoviamo però a velocità molto diverse. E mentre discutevamo se la storia fosse finita, uno dei suoi centri più antichi tornava a orientarne il movimento.
RIFERIMENTI E FONTI
Dati e documenti
- China State Railway Group, conferenza annuale, gennaio 2026 (rete ferroviaria, alta velocità, investimenti 2025, obiettivi 2030); ripresa da Xinhua, China Daily, Global Times.
- International Energy Agency, Global Energy Review 2026 — iea.org/reports/global-energy-review-2026/technology-solar-pv-and-wind
- IEA, Renewables 2025 — iea.org/reports/renewables-2025/executive-summary
- National Energy Administration (Cina), dati sulla capacità installata 2025; sintesi in pv magazine, 28 gennaio 2026.
- IRENA, Renewable Capacity Statistics 2026.
- Costituzione della Repubblica Popolare Cinese, emendamento del 2018 (“civiltà ecologica”).
- M. Draghi, The future of European competitiveness, Commissione Europea, settembre 2024.
- NATO, dichiarazione del vertice dell’Aia, giugno 2025.
Letteratura
- F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, 1992.
- G. Arrighi, Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo, Feltrinelli, 2008.
- B. Naughton, The Rise of China’s Industrial Policy, 1978–2020, UNAM, 2021.
- I. M. Weber, How China Escaped Shock Therapy, Routledge, 2021.
- Y. Y. Ang, How China Escaped the Poverty Trap, Cornell UP, 2016; China’s Gilded Age, Cambridge UP, 2020.
- B. Milanović, Capitalismo contro capitalismo, Laterza, 2020.
- M. Mazzucato, Lo Stato innovatore, Laterza, 2014.
- Cheng Enfu, Yang Jun, contributi sulla teoria della “triplice rivoluzione”.
Nota redazionale: il contributo si basa su osservazione diretta dell’autore nel corso di missioni istituzionali in Cina svolte dal 2003 a oggi presso università, amministrazioni, enti governativi e paragovernativi. La stesura si è avvalsa di strumenti di intelligenza artificiale generativa ed è stata sottoposta a revisione editoriale umana; la responsabilità dei contenuti è dell’autore.









