
DIALOGO TRA CIVILTÀ |
Sánchez alla Tsinghua: perché il 1583 parla ancora al presente della sinologia
Nel richiamo a Matteo Ricci e alla sua “mappa corretta” prende forma un’idea di sinologia come spazio di reciprocità, non di egemonia culturale.
Dario Grandoni | Aprile 2026
Il 13 aprile 2026, intervenendo alla Tsinghua University, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha scelto di tornare a un anno-simbolo: il 1583, data dell’arrivo di Matteo Ricci in Cina. Lo ha fatto attraverso un’immagine di forte potenza evocativa: una mappa.
Da una parte, la carta europea che collocava l’Europa al centro e l’Asia ai margini; dall’altra, il lungo processo attraverso cui Ricci, entrando in dialogo con la cultura cinese, arrivò a rivedere il proprio sguardo. In questa metafora, Sánchez non ha semplicemente evocato un episodio storico: ha proposto una riflessione sul senso profondo della sinologia nel mondo contemporaneo, sulla sua responsabilità intellettuale e sul suo futuro.
Il suo discorso, ben oltre il registro diplomatico, si legge così come un invito a ripensare il rapporto tra civiltà, conoscenza e interpretazione reciproca.
UN’ORIGINE CHE NON È SOLO STORIA
Il 1583 non è soltanto una data. È, simbolicamente, il punto da cui prende avvio una storia di incontri, mediazioni e trasformazioni reciproche tra Cina e Occidente. Ed è proprio qui che si colloca il cuore del discorso di Sánchez.
Nel suo intervento, il premier spagnolo ha ricordato che la mappa portata da Ricci era accurata nelle proporzioni e ricca di dettagli, ma restava segnata da un limite essenziale: guardava il mondo da un unico centro, quello europeo. La Cina e l’Asia apparivano così ai bordi del quadro, non per mancanza di realtà, ma per effetto di una prospettiva.
È un passaggio decisivo. Perché ciò che Sánchez mette in evidenza non è soltanto l’errore di una carta geografica, ma il problema più generale di ogni sapere che pretenda di descrivere il mondo senza mettere in discussione il proprio punto di vista.
Ricci, in questo senso, diventa la figura di una correzione possibile. Arrivato in Cina con gli schemi culturali del suo tempo, non rimase chiuso entro quella visione. Attraverso il confronto con i letterati cinesi, lo studio della lingua, l’immersione in un’altra tradizione intellettuale, modificò gradualmente la propria prospettiva fino a contribuire alla realizzazione del Kunyu Wanguo Quantu, il Mappamondo completo dei diecimila paesi della terra.
Il significato di questo gesto va oltre la cartografia: indica il passaggio da uno sguardo gerarchico a uno sguardo dialogico, da una cultura che si assume misura del mondo a una cultura che accetta di ridefinirsi nell’incontro con l’altro.
LA SINOLOGIA COME PRATICA DI RECIPROCITÀ
È in questo quadro che Sánchez riporta la sinologia alla sua matrice più autentica. Non una disciplina costruita sull’osservazione distante della Cina, né un sapere ordinato da categorie fisse, ma una forma di conoscenza reciproca.
Matteo Ricci, del resto, incarna proprio questa tensione. Studiò il cinese, adottò l’abito dei letterati, promosse la circolazione dei saperi tra mondi diversi, favorì la traduzione e la mediazione intellettuale. Nella sua esperienza, la conoscenza dell’altro non passa per l’assimilazione né per il giudizio dall’alto, ma per un paziente lavoro di ascolto, riformulazione e scambio.
Richiamare oggi quel momento fondativo significa allora, per Sánchez, riportare la sinologia al suo principio essenziale: rispetto della differenza, dialogo paritario, apprendimento reciproco.
Il riferimento storico non ha dunque una funzione ornamentale. Serve piuttosto a misurare la distanza tra l’ideale originario della sinologia e alcune sue deformazioni moderne.
LA CRITICA ALLA “MAPPA DISTORTA”
Uno dei passaggi più incisivi del discorso è la constatazione che, a più di quattro secoli di distanza, c’è ancora chi continua a guardare il mondo attraverso quella stessa “mappa distorta”.
Qui Sánchez introduce una critica che tocca il presente. In parte degli studi e dei discorsi contemporanei sulla Cina, suggerisce implicitamente il testo, sopravvivono ancora categorie rigide, automatismi ideologici e schemi interpretativi fondati su una centralità occidentale mai davvero abbandonata.
Quando accade, la sinologia smette di essere luogo di comprensione e si riduce a strumento di conferma di pregiudizi. La Cina viene letta attraverso etichette precostituite, il suo sviluppo viene interpretato in termini oppositivi, il rapporto fra civiltà viene incorniciato dentro logiche di competizione e sospetto.
Il risultato è una perdita di funzione: invece di avvicinare, questo sguardo irrigidisce; invece di chiarire, oscura; invece di creare uno spazio comune di conoscenza, approfondisce la distanza.
La metafora della mappa, quindi, è tutt’altro che retorica. Dice che il problema non è soltanto che cosa si guarda, ma da dove lo si guarda.
OLTRE IL PREGIUDIZIO, VERSO UNA CONOSCENZA CONDIVISA
Nel prosieguo del discorso, Sánchez insiste su un’idea decisiva: l’umanità continua a cercare uno sguardo sul mondo che non sia determinato dal potere né dal pregiudizio. E il progresso, ricorda, nasce dalla ricerca di ciò che unisce, non dall’amplificazione delle fratture.
Questa affermazione offre una chiave per comprendere la direzione proposta: la sinologia non dovrebbe essere una lettura unilaterale della Cina condotta dall’esterno, ma un luogo di co-costruzione del sapere. Un campo in cui civiltà diverse si interrogano reciprocamente, mettendo in comune categorie, esperienze e strumenti interpretativi.
In questa prospettiva, la sua missione non consiste nel produrre nuove linee di separazione tra mondi culturali, ma nel ridurre le distanze cognitive, nell’individuare terreni comuni, nel rendere possibile una convivenza intellettuale fondata sul pluralismo.
È qui che il richiamo a Ricci acquista una forza contemporanea. La vera lezione non riguarda soltanto il passato dei rapporti sino-occidentali, ma la qualità del nostro modo presente di pensare il mondo.
DAL 1583 AL 2026: IL VALORE DI UN RITORNO ALL’ORIGINE
In un tempo segnato dall’instabilità globale, dal riemergere di visioni unilaterali e dalla tentazione ricorrente dello scontro tra civiltà, il discorso di Sánchez assume un significato che supera il singolo evento accademico.
Tornare al 1583 significa ricordare che la comprensione tra mondi diversi non nasce dalla superiorità di una parte sull’altra, ma dalla disponibilità a correggere il proprio sguardo. Significa anche riaffermare che nessuna civiltà può essere compresa davvero se viene osservata solo da una prospettiva esterna che si pretende neutrale e universale.
La lezione implicita della lectio alla Tsinghua è dunque chiara: la sinologia ha futuro solo se resta fedele alla propria vocazione dialogica. Solo se rifiuta il pregiudizio, abbandona le logiche oppositive e torna a essere un ponte reale tra sistemi culturali differenti.
Dal 1583 al 2026, oltre quattro secoli di storia sembrano così ricomporsi in una stessa domanda: come guardare il mondo senza deformarlo? Nel richiamo a Matteo Ricci, Sánchez suggerisce che la risposta non stia nel rafforzare i confini, ma nel costruire linguaggi comuni.
IN CONCLUSIONE
Il significato più profondo del discorso di Sánchez alla Tsinghua è un invito a riportare la sinologia al suo compito originario: non classificare una civiltà dall’esterno, ma rendere possibile un rapporto di comprensione reciproca tra mondi diversi.
Guardare alle differenze senza irrigidirle, riconoscere l’altro senza ridurlo a schema, trasformare la conoscenza in relazione: è questa, in ultima analisi, la linea che unisce Matteo Ricci al presente.
Ed è forse proprio qui che la sinologia, oggi, può ritrovare la sua funzione più alta: diventare uno spazio di traduzione culturale, di equilibrio intellettuale e di autentico progresso comune.
Fonte: Centro Mondiale di Sinologia
Claim: “Tradurre le culture, connettere il mondo”









